di Pier Aldo Rovatti
[Premessa a Etica minima, Raffaello Cortina, Milano 2010.]
Questo libro è fatto di eventi. Sono cinquanta scene prese dalla cronaca italiana degli ultimi tempi, dal caso Eluana, che ha suscitato un’emozione nazionale e un dibattito acceso sulla vita e la morte, fino alla “battaglia” di Rosarno, scoppio di una contraddittoria e ormai conclamata xenofobia, su cui è subito sceso il silenzio, forse anche perché quella battaglia l’abbiamo persa tutti.
Ma non è una cronaca del cosiddetto annus horribilis che speriamo di esserci lasciato alle spalle. Sono indizi, grandi e piccoli, locali e globali, di un comportamento della società e degli individui, del governo e dei governati; segnali che ho selezionato, di volta in volta (ogni scena ha una data), allo scopo di costruire un concreto fondale dell’“anomalia” in cui ci troviamo a vivere e nella quale si mescolano il pubblico e il privato, e la realtà delle cose appare imbevuta di finzione, come se non fossimo più in grado di districarci da una narrazione “televisiva”, certo più drammatica che divertente, e avessimo così perduto il bandolo delle nostre esistenze.
La verità, ecco il punto. Come possiamo praticarla in questa situazione? L’“etica minima”, come la chiamo, altro non è che la soglia di resistenza, il livello di sopportazione sotto il quale non possiamo scendere, non tanto e non solo come uomini e donne, ma in quanto cittadini che hanno diritti e la cui soggettività sociale non può essere compressa oltre un certo limite. Non è il lamento del pessimismo che mi interessa, ma l’esercizio quotidiano della critica e l’obiettivo che esso può raggiungere, cioè l’affermazione della ragionevolezza: la possibilità di praticare ancora la verità, anzi soprattutto ora, nonostante il sipario sembri ormai calato su questa pratica.
Vorrei intanto dichiarare alcune somiglianze di famiglia. L’etica minima è figlia del pensiero debole. Ne eredita soprattutto l’idea che la verità va disarmata, spogliata dalla sua pretesa assolutistica e da tutti gli effetti di potere che questa pretesa produce. Compresa la supposta verità della morale che spesso sale in cattedra pretendendo di dettare le condotte, ma che di fatto si allontana dalla loro concretezza allo scopo di governarle. E servendosi di una serie di dispositivi (paura, allarme, panico) che immobilizzano le coscienze e i corpi. Così, l’impalpabilità del pensiero debole (roba da filosofi!) svanisce: l’etica minima si pianta nella concretezza del fare, è uno stile di vita, un’organizzazione della propria esistenza. È tutta piegata sul particolare e sulle singolarità. Non ha nessun interesse a stare a civettare con la filosofia. È una politica della soggettività.
Un’altra importante affinità di famiglia avvicina l’etica minima agli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini (che viene anche chiamato in causa esplicitamente in alcune scene del libro). Questa affinità riguarda, certo, i contenuti: la descrizione della società omologata e consumistica, di cui Pasolini è stato l’anticipatore, si conferma infatti in un orizzonte ormai attraversato dalle tecniche del consenso e dagli effetti di autocensura che governano l’attuale totalitarismo populista. E le stesse questioni dell’italianità artificiale e dell’analfabetismo di ritorno, su cui insisto, hanno qualcosa della tonalità pasoliniana.
Ma è un’affinità che vorrebbe ricollegarsi soprattutto al modo della scrittura e al tipo dell’intervento – breve, secco, talora caustico, mai distaccato o neutrale. Uso il condizionale (e quel “quasi” del sottotitolo del libro) perché mi piacerebbe che fosse così e, in ogni caso, perché è questo il modello di discorso che ho avuto in mente. Non per una scelta estetica, ma per cercare di documentare discorsivamente l’urgenza politica, per dir così, dell’etica minima, la sua necessità di stare dentro le cose e di resistere all’appiattimento, non rimanendo seduti su una poltrona, bensì alzandosi in piedi, assumendosi il rischio delle proprie parole, adoperando l’ironia, cercando di mettersi sempre in gioco (almeno un poco). Insomma, prelevando da Pasolini – posto che ci sia riuscito – almeno una parte di quel suo spirito “corsaro”.
Come ho accennato, l’anomalia italiana è diventata un continuo cortocircuito tra “realtà” e “reality” (e Pasolini aveva pure intravisto la deriva “televisiva” che stava prendendo). E la politica che ci governa è diventata una “psicopolitica” che gestisce, oltre che i corpi, le nostre stesse emozioni. Non è solo il governo della paura e grazie alla paura, ma la pratica del consenso attraverso i media, attraverso un’ambivalenza tra realtà e finzione, appunto quel cortocircuito, che produce, quasi ogni giorno, un’altalena emotiva tra ciò che va male e ciò che va bene, tra il clima di odio (complotti ovunque) e l’annuncio del migliore dei mondi (il terremoto e la crisi ormai alle spalle). Ogni tanto questa colla si sbriciola un poco e si rivela per quella ideologia che è. Ma una collosità diffusa continua a pervadere ogni cosa, immobilizzando i corpi e le anime di ciascuno in uno stato di addormentamento da cui nessuno è immune e che tutti, in diversa misura, contribuiamo ad alimentare.
Prevale così il cinismo generale della furbizia e dell’egoismo degli interessi. Chi lo nega è un ingenuo, e nessuno in questa società avvolgente e collosa si sentirebbe di sventolare una bandiera così poco promettente. E poiché il cortocircuito tra realtà e reality si raddoppia in un altro cortocircuito assai poco virtuoso, quello tra il pubblico e il privato, i potenti cercano di salvarsi con la favola del gossip, i meno potenti qualche volta soccombono dentro i cosiddetti scandali. Tutti gli altri guardano stupiti, ma nessuno sa come trattare tale mescolanza se non riducendola al luogo comune di una privacy “sacra” cui nessuno, però, crede davvero.
L’etica minima si contrappone a questa potente colla che l’incultura nutre e il potere spalma. Che significa, allora, disarmare la verità? Per me vuol dire, innanzi tutto, militare per il pudore e contro la presunzione. In una scena, ricordo quell’antica favola (di Fedro) in cui la rana si gonfia fino a scoppiare: essa non va applicata solo ai potenti (in attesa che scoppino da soli), ma a ciascuno di noi. Dovremmo contrastare queste ipertrofie dell’io, accorgerci dei nostri gonfiori, e soprattutto non aspettare il momento dell’esplosione. Ecco perché l’etica minima non ha niente a che fare con una morale dei valori intesi come verità assolute, anzi deve guardarsene e combatterla.
In un’altra scena, considero la questione del suicidio (prendendo spunto da un convegno di studi tenutosi a Trieste). Perché non dovremmo “farlo”? Rispondo alla domanda dicendo che nessuno possiede la ricetta della verità. Non esiste una simile ricetta, laddove chi soccombe, perché vede davanti a sé un tunnel senza uscita, mostra di credere che una verità c’è e che lui ormai l’ha mancata. Penso che ciascuno dovrebbe lavorare su se stesso e sugli altri per denunciare questo vicolo cieco della verità. E che l’impianto critico che arma l’etica minima può tentare di dissipare i fantasmi che ci avvolgono e che si sono incollati alle nostre esistenze, e insomma può togliere la maschera all’anomalia italiana, solo se riesce a mettere a nudo il nostro coinvolgimento nella presunzione che ci sia una verità buona e che noi la possediamo.
Spesso, nei discorsi filosofici e anche politici, si è parlato di “ospitalità”: fare spazio nel troppo pieno delle nostre collose esistenze per lasciare entrare in esse altre verità, e, in una parola, il diverso. Questa apertura è ciò che ci manca e che la macchina della psicopolitica ogni giorno tende a sopprimere. Forse, però, non basta la tonalità dell’ospitare se non la equipaggiamo con la tonalità della resistenza e con quella dello scendere in campo. Perciò credo che limitarsi a un appello alla filosofia critica sia oggi insufficiente e che occorra entrare nei dettagli dell’anomalia italiana, nella cosiddetta cronaca quotidiana, valutare i modi delle chiusure che ci imbottigliano, prendere atto delle nostre responsabilità individuali, mettere in discussione le nostre esistenze, ribellarci di fronte alle ineguaglianze e alle evidenti ingiustizie, difendere i nostri spazi e i nostri tempi. Non addormentarci facendoci cullare dal piacere dell’altalena delle emozioni. Non digerire tutto perché tanto non ci possiamo fare niente, se non coltivare l’orticello dei nostri privati interessi.
Praticare l’etica minima significa infatti accorgersi che al di sotto di una certa soglia non si può scendere, e che allora occorre alzare gli occhi per impedire che la nostra stessa vita conti ogni giorno di meno, si svuoti di ogni senso e si riduca così a denaro, tempo libero, qualche amico, sempre che non sia già annichilita nel dramma della precarietà e della sopravvivenza materiale. Pessimismo? Al contrario, sto dicendo che non c’è più tempo per il cinismo e la passività.
Schierarsi contro chi adopera la potenza degli eserciti armati di armi che uccidono i corpi e le anime e l per schiacciare od asservire il debole l ignorante l ingenuo ed anche privarlo dei suoi valori potrebbe essere una pratica di verità.