Qui sotto potete aggiungere i commenti per creare una discussione relativa al Laboratorio educare, a partire dai materiali pubblicati e dalle sintesi degli incontri.
Materiali:
- J. Derrida, P.A. Rovatti, L’università senza condizione, Raffello Cortina 2002, pp. 50-64 e 108-115
- Agenda del 17 dicembre
- Sintesi dell’incontro del 17 dicembre
- Sintesi dell’incontro del 14 gennaio
- Agenda del 14 gennaio
- Sintesi dell’incontro del 28 gennaio
- Sintesi dell’incontro dell’11 febbraio
- Sintesi dell’incontro dell’11 marzo
- Sintesi dell’incontro del 25 marzo
Applicarsi alla conoscenza della verità sembra essere un buon modo di impiegare il tempo concesso a noi mortali. Perché?
Questa via ci consente di divenire più consapevoli (mai del tutto però) della realtà che ci circonda e del filo, molto spesso invisibile, che lega gli eventi.
In tal modo dovremmo essere più adatti a sostenere il peso della situazione in cui ci troviamo a vivere e più pronti ad affrontare la sua evoluzione nel tempo.
Questo è quello che comunemente si intende per SAGGEZZA.
E’ saggio aderire alle nostre verità in maniera totale e imprescindibile?
Secondo alcuni (G. Leghissa) dovremmo mantenere una buona distanza. Benissimo la verità ma noi siamo altro, siamo fuori e possiamo anche giocarcela, la verità, come più ci conviene. Anche per una semplice questione di “quieto vivere”.
Tutto questo è razionale, realistico e in definitiva “umano”
Sarebbe bello (dico “bello” perché riconosco anche un’estetica del vivere) avere più coraggio.
Il coraggio per esempio di usare ancora del dono della “parresia”, quella magnifica potenzialità che tutti abbiamo avuto in un tempo primissimo della nostra esistenza e che poi abbiamo imparato a perdere.
Bello far coincidere il nostro essere col nostro pensare e parlare (e al diavolo le precauzioni).
Essere uomini significa, per me, esattamente questo.
Marcella Trulli
E’ possibile ancora oggi essere “FASCISTI”?
Sì, è possibile e neanche tanto difficile.
Basta abbandonarsi alla nostra primitiva infantile autenticità. In quel tempo per noi ogni estraneo era un nemico, dovevamo temerlo e difenderci da lui, tenerci strette le nostre cose per non farcele portare via, allo stesso tempo cercavamo anche noi stessi di impossessarci delle sue cose, sempre pronti a usare la violenza per raggiungere il risultato.
Questo atteggiamento col tempo, e piuttosto presto, abbiamo imparato a perderlo, pena altrimenti l’impossibilità di essere accolti nella comunità sociale.
Tuttavia non è difficile ritornare alla nostra vera primitiva natura, essenzialmente animale.
Se lo sforzo che abbiamo fatto è stato debole o addirittura assente, ecco che la nostra animalità torna a prevalere. Spesso questi sentimenti arcaici sono camuffati sotto forme diverse, a prima vista più accettabili ma sostanzialmente perverse.
Il sottoposto, l’inferiore o il presunto inferiore deve solo tacere e ubbidire per una questione di ordine e di efficienza (vedi famiglia e qualunque altro nucleo sociale costituito), la dissidenza o la semplice critica non è tollerata anzi è consentito talvolta anche il ricorso alla soppressione fisica legalizzata, la corsa al potere spesso deve apparire non semplice mezzo di potere egoistico personale ma finalizzata al vantaggio sociale, la presenza di uno straniero sul proprio suolo è sempre vista con fastidio e tendenzialmente prelude ad una possibilità di espulsione, la stessa sfera intima dei sentimenti privati viene messa in sicurezza sotto una cieca sottomissione ad un potere soprannaturale sovrano ..
Questo è il normale comportamento di un fascista di ogni tempo e quindi anche di oggi.
Marcella Trulli
In merito al secondo capitolo del libro di Caterina Resta “La passione dell’impossibile – Saggi su Jacques Derrida”, intitolato “Ospitare la morte”,
leggo a pag. 38:
«come sia ineludibile giungere a questo appuntamento, arrivarci a tempo debito, per quanto sempre in un certo fuori tempo, preoccupandosi della morte in ogni momento della vita»
e lo collego ad un pensiero elaborato nella relazione del laboratorio curare del 14/1/2018:
«sotto il sintomo ossessivo c’è la paura della morte che vogliamo controllare. Siamo gettati nel mondo e abbiamo paura di lasciarlo. Il rituale ossessivo è tipicamente in rapporto con l’angoscia di non esistere. Il pensiero dà l’ordine di dimostrare continuamente che ci siamo»
Derrida rifiuta, protesta infinita, incomprensione radicale del “si deve morire!.
pag. 39: «Da Platone in poi ecco l’antica ingiunzione della filosofia: filosofare è imparare a morire»
pag. 46: «Gli uomini soltanto sanno che l’amore della sapienza è la cosa più importante della vita, l’unica arma per non temere la morte, in verità per esorcizzarla»
La morte per Derrida come già per Heidegger e per Blanchot, vista dal bordo della finitezza, senza Salvezza, Redenzione o Resurrezione, è l’impossibile, a cui si contrappongono le parole di Massimo Cacciari in Generare Dio, a pag. 17: «Non esiste impossibile presso Dio» e a pag.21: «Vince Adamo, la fanciulla, non per scienza, ma per la potenza del suo ascolto. E come potrebbe avere scienza dell’impossibile? Come conoscere che non si dà impossibile?»
Ancora, a pag. 42: «Bimbo è necessario farsi, bimbo a immagine del Bimbo. Il Regno è suo soltanto e di chi saprà lottare per giungere a porre la propria vita sotto la sua ombra».
Giuseppina Carrieri